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25/4/2007: Pamuk e Garbarek

 




Mentre ascolto Jan Garbarek, ho tra le mani “Il mio nome è Rosso” di Pamuk. E’stata una giornata noiosa, di quelle che ti procurano quel sottile e sgradevole mal di testa.

Pamuk è uno scrittore di notevole ricchezza linguistica e di grande talento. Garbarek è un mistico, la sua musica è sufficiente a creare un ambiente noir e ricco di suggestioni massoniche senza alcun diavolo presente. Pamuk mi sta facendo molto riflettere su una differente forma artistica tra l’occidente e il mondo islamico e nel contrasto tra i pittori occidentali volti all’affermazione del proprio individualismo e del proprio ego e gli anonimi miniaturisti di Herat c’è forse una grande verità storica che induce a riflettere anche sul presente.

Garbarek ti lascia immaginare un ambiente con una luce soffusa, con alcune candele a bruciare nella penombra, donne di cui si intravede appena il viso, un suonatore misterioso ed affascinante assorto in una sorta di estatismo musicale. Ma c’è di più: una voce femminile si staglia su sonorità glaciali e senza tempo, mentre dalla finestra aperta, nella notte più pesta che mai riluccica un cielo stellato senza luna.  Pamuk fa rivivere un mondo che non esiste più, ma di cui esistono sentori e traccie, e chi è stato ad Instanbul e si è perso nelle miriadi di colori, di profumi e di aromi di mercanzie, e nella varietà incredibile di genti e di strade tra varie culture architettoniche e con un’anima che pare avere mille e mille strade vorticose dove pullulano stoffe e pesci, salmovar di acqua bollente e spezie, carne lasciata ad essiccare e frutta, anticaglie e tappeti provenienti dalla Persia, frutta secca ed antiche miniature del Corano, solo chi è stato li, in quel mondo travolgente e ricco di un fascino storico che non ha prodotto nessuna verità ma ha creato solo un vorticoso turbinio di anime e cose, può comprendere. Strano questo connubio, ma immagino Garbarek suonare in modo glaciale il suo sax sul Bosforo, magari alle spalle di una vecchia moschea, magari quando la notte si specchia su quelle acque illuminando di sbieco l’antica Costantinopoli. Immagino quel suono diffondersi per le strade deserte di Instanbul, posarsi sulle gradinate in pietra di una grande chiesa bizantina, toccare le mura che l’imperatore romano Teodosio volle edificare per fermare l’avanzata dei popoli slavi, irrompere su per i quartieri più sporchi e malfamati, dove i bambini tirano colla e barboni dormono nella loro miseria tra spazzatura e mura osside di carbonio. Immagino che quel suono tocchi le acque del Corno d’Oro, e penetri nel vecchio palazzo del Sultano, il Topkapi Sarai, nel vecchio Harem dove l’anima delle donne che li vissero sacrificate è rimasta imprigionata e nelle stanze magnifiche e spoglie.

Pubblicato il 26/4/2007 alle 2.3 nella rubrica Diario.

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