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Diario


26 aprile 2007

25/4/2007: Pamuk e Garbarek

 




Mentre ascolto Jan Garbarek, ho tra le mani “Il mio nome è Rosso” di Pamuk. E’stata una giornata noiosa, di quelle che ti procurano quel sottile e sgradevole mal di testa.

Pamuk è uno scrittore di notevole ricchezza linguistica e di grande talento. Garbarek è un mistico, la sua musica è sufficiente a creare un ambiente noir e ricco di suggestioni massoniche senza alcun diavolo presente. Pamuk mi sta facendo molto riflettere su una differente forma artistica tra l’occidente e il mondo islamico e nel contrasto tra i pittori occidentali volti all’affermazione del proprio individualismo e del proprio ego e gli anonimi miniaturisti di Herat c’è forse una grande verità storica che induce a riflettere anche sul presente.

Garbarek ti lascia immaginare un ambiente con una luce soffusa, con alcune candele a bruciare nella penombra, donne di cui si intravede appena il viso, un suonatore misterioso ed affascinante assorto in una sorta di estatismo musicale. Ma c’è di più: una voce femminile si staglia su sonorità glaciali e senza tempo, mentre dalla finestra aperta, nella notte più pesta che mai riluccica un cielo stellato senza luna.  Pamuk fa rivivere un mondo che non esiste più, ma di cui esistono sentori e traccie, e chi è stato ad Instanbul e si è perso nelle miriadi di colori, di profumi e di aromi di mercanzie, e nella varietà incredibile di genti e di strade tra varie culture architettoniche e con un’anima che pare avere mille e mille strade vorticose dove pullulano stoffe e pesci, salmovar di acqua bollente e spezie, carne lasciata ad essiccare e frutta, anticaglie e tappeti provenienti dalla Persia, frutta secca ed antiche miniature del Corano, solo chi è stato li, in quel mondo travolgente e ricco di un fascino storico che non ha prodotto nessuna verità ma ha creato solo un vorticoso turbinio di anime e cose, può comprendere. Strano questo connubio, ma immagino Garbarek suonare in modo glaciale il suo sax sul Bosforo, magari alle spalle di una vecchia moschea, magari quando la notte si specchia su quelle acque illuminando di sbieco l’antica Costantinopoli. Immagino quel suono diffondersi per le strade deserte di Instanbul, posarsi sulle gradinate in pietra di una grande chiesa bizantina, toccare le mura che l’imperatore romano Teodosio volle edificare per fermare l’avanzata dei popoli slavi, irrompere su per i quartieri più sporchi e malfamati, dove i bambini tirano colla e barboni dormono nella loro miseria tra spazzatura e mura osside di carbonio. Immagino che quel suono tocchi le acque del Corno d’Oro, e penetri nel vecchio palazzo del Sultano, il Topkapi Sarai, nel vecchio Harem dove l’anima delle donne che li vissero sacrificate è rimasta imprigionata e nelle stanze magnifiche e spoglie.




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20 aprile 2007

L'ultima fatica di Milos Forman

 

 

 

 

Milos Forman si è fatto attendere un po prima di confezionare un nuovo film, ma quel che ne è uscito fuori è degno di un grande regista del suo calibro, autore di capolavori come “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e “Amedeus”, film pluripremiati e vincitori di diversi oscar.

Il nuovo lavoro di Forman “Goya’s Ghost”, uscito in Italia con il titolo “L’ultimo inquisitore”, è uno splendido squarciato storico sulla Spagna Napoleonica di fine Settecento, tra il dramma umano di una giovane fanciulla ingiustamente incarcerata dall’ultimo tribunale della storia occidentale della Santa Inquisizione di Madrid e gli eventi storici drammatici che vedono le armate napoleoniche seminare morte e violenza in nome di ideali di uguaglianza e fratellanza e imponendo a Madrid un sovrano francese, inviso agli spagnoli. Spettatore e partecipe del precipitare degli eventi è il pittore di corte Francisco Goya, particolarmente legato alle vicissitudini della giovane fanciulla sventurata. La figura del pittore è centrale nel film, i suoi drammi e la sua sensibilità artistica ed umana si infraggono spesso contro le leggi della sopravvivenza che gli impongono di vendersi per sopravvivere. Il giudizio morale del regista contro gli abomini della Santa Inquisizione e l’utilizzo propagandistico di ideali fasulli per vantaggi politici ed imperiali sono sottesi in modo elegante e discreto, con la grandezza e l’umiltà dell’uomo di cultura orientato alla tutela dei diritti umani ed alla difesa della dignità delle persone. Quanto al giudizio storico, emerge chiaramente dalla ricostruzione del regista la condanna dell’utilizzo falso e pretenzioso delle ideologie, siano quelle cristiane che illuministe.  Il tutto è affrontato da Forman in modo rigoroso e severo, con la massima attenzione alla ricostruzione storica di un’epoca di grande importanza per le sorti future del vecchio continente, tra i fermenti di una modernità che si presenta in forma embrionale con la rivoluzione francese e gli spettri di un passato in cui nepotismo e oscurantismo cercano un ultimo colpo di coda e sono rappresentati nella figura dell’ultimo tribunale della Santa Inquisizione, ancora esistente a Madrid.  Il cast conta Javier Bardem che interpreta il pittore Goya, Natalie Pordman e  Randy Quaid e molti altri attori semi sconosciuti, lanciati da Forman sul grande schermo.

 Giovanni


 




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19 aprile 2007

Neil Young, che mito: dopo oltre trent'anni esce Live at the Massey Hall 1971

Live at the Massey Hall” è un disco live del 1971 che Neil Young avrebbe dovuto pubblicare tra “After the gold rush” e “Harvest” e che invece è uscito solo quest’anno postumo per volontà dello stesso Young. A quell’epoca Neil Young era ciò che molti sognavano di essere: eroico, solitario, affascinante, tormentato, straordinariamente intenso.

Il disco è straordinariamente bello ed esprime pienamente il sound di Neil Young: atmosfere intime e solitarie, paesaggi notturni e scarni conditi dalla sua voce unica e dal suono della sola chitarra acustica, accompagnata dall’armonica del canadese. L’album contiene 17 perle, una più belle dell’altra e oltre ad alcuni pezzi riarrangiati in versione acustica ed appartenenti ai primi due albumi di Young vi sono anche un paio di pezzi di Crosby Still Nash Young, come “On the way Home”, canzone di apertura dell’album e la splendida Ohio, in questa inedita versione acustica senza la chitarra di David Crosby che nella versione studio emerge in modo così spettacolare. Da mozzafiato le versioni di “Cowgirl in the sand” tra l’altro molto simile a quella contenuta in “For Away Street” di C.S.N.Y., e quella di “The needle and the damage line”, canzone che è una cruda testimonianza del periodo di dipendenza di Neil Young dall’eroina. Ci sono poi delle versioni riarrangiate al piano di alcuni celebri pezzi di Harvest come “Heart of gold” e “There’s a world” e la cover di un pezzo di Johnny Cash.

L’album esce proprio nel periodo che ha segnato un po la rinascita artistica ed umana di Neil Young che ormai sessantenne, nel 2005 è stato colpito da un aneurisma ed ha seriamente rischiato di morire. Proprio a breve dovrebbe uscire il film su Neil Young, “Heart of Gold”, un omaggio del regista Jonathan Demme, conosciuto per film come “Philadelfia” e “Il Silenzio Innocenti”, al cantautore canadese. Nel film è incentrato in larga parte sul concerto di Neil al Ryman Auditorium di Nashville dopo che gli era stato diagnostico l’aneurisma celebrale.

Ad oltre trent’anni dal concerto alla Massey Hall l’album uscito da poco in commercio è un vero regalo che Neil Young dona ai suoi fans, assolutamente impedibile per gli amanti di quello che è oggi un vero mito vivente, forse il più grande padre della ballata d’autore vivente insieme a Bob Dylan.

 

Giovanni




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19 aprile 2007

Se il pover Jules fosse vivo....

Nel 1864 Verne scriveva “Viaggio al centro della terra”. Nel romanzo Verne fa calare il professor Otto Lidenbrok nella bocca dello Snaffels, un vulcano islandese, dove il professore scopre un passaggio per raggiungere il centro della terra. L’ipotesi era più fantasiosa che scientifica, all’epoca come tutt’oggi. Tuttavia una notizia di questi giorni ha causato scalpore e frenesia nel mondo scientifico: si sarebbe difatti scoperto nel bel mezzo dell’Oceano, tra Capo Verde ed i Carabi una vera e propria anomalia geologica: un buco vero e proprio nel fondo dell’oceano Atlantico, un vero e proprio abisso sul fondo dell’oceano profondo migliaia di chilometri e coperto da un semplice mantello. Una separazione tra le zolle tettoniche o peggio un vero squarcio nella crostra terrestre sarebbe all’origine del fenomeno. Una nave inglese, la “James Cook” è partita per calare in quel punto un robot trivella che effettuerà carotaggi prelevando campioni in quel punto dell’oceano. Un’anomalia quella scoperta che ha dell’incredibile se si pensa che i soli monti della dorsale medio atlantica si elevano fino a 4000 metri al di sopra del fondo marino e che la crostra del fondale è composta di diversi elementi difficilmente ossidabili o perforabili. Il tutto resta quindi ancora avvolto nel mistero e si attendono nuove conferme che probabilmente verranno fuori dalla spedizione.

Quella che centocinquant’anni fa era un’ipotesi bizzarra fuoriuscita dalla penna di un grande scrittore dotato di arguzia ed ingegno, oggi potrebbe diventare almeno in parte realtà. Se il buon Verne fosse vivo probabilmente si precipiterebbe nel mezzo dell’oceano Atlantico col primo mezzo adatto allo scopo.

Giovanni




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12 aprile 2007

Quel genio di Dostoevskji

I FRATELLI KARAMAZOV

I Fratelli Karamazov rappresentano una sottile analisi sulla natura umana, sulla sua morale, sui suoi fraintendimenti, le sue contraddizioni e il nostro assoluto anelare a Dio. La scrittura è precisa ed analitica, nulla è lasciato al caso, nessuna descrizione di luoghi o di persone , tutto è estremamente serio e analitico. Dalla penna dello scrittore emergono veri paesaggi dell’animo ma senza alcuna forma di romanticismo o di delirio della personalità. Tutto è estremamente chirurgico, e l’animo dei protagonisti è sviscerato e spogliato sino all’ultimo strato, come una bellissima donna spogliata di ogni suo velo, così accade con i protagonisti, straordinari nel loro essere assolutamente umani e veri. Il romanzo è un nobile affresco dell’animo dell’uomo, di come esso possa essere incredibilmente vario e affascinante. Su questa fine indagine a metà tra una fine forma di psicologismo e una decisa introspezione carica a tratti di misticismo, aleggiano sulle figure lo spettro del nichilismo di cui Ivan Fedorovic è straordinario emblema e la luce di Dio di cui Alesa e lo Starets sono ancelle illuminate. Occorre spendere due parole su Ivan Fedorovic, personaggio che incarna alla perfezione una certa tendenza in atto nella società russa all’epoca, specie nelle classi più colte. Ivan, figura tra l’altro di sconcertante attualità per alcuni aspetti della sua personalità che trovano riscontro in alcuni aspetti della modernità, è l’uomo colto che cerca di cogliere nelle cose le sfaccettature piu varie, di abbracciarle nella loro globalità, con un risvolto pragmatico e assolutamente nichilista. Ateo ma proponitore della Chiesa come ideale sociale, racchiude nel racconto del Grande Inquisitore una spietata immagine dell’uomo e delle masse. Tutto in nome di un pragmatismo e di una morale utilitaristica di cui però non si intravede alcun utile se non  l’ordine e il mantenimento di un certo ordine sociale, di cui le masse sono l’espressione più bassa ed infima.

Dai suoi discordi emerge sempre una eccessiva problematicizzazione delle questioni, un non saper vivere in modo semplice e naturale la vita, che dal trionfo e dall’apoteosi della ragione porta ad una vera malattia di cui finirà coll’ammalarsi Ivan. Tutto diviene ragione ma non solo, tutto è estremamente problematico e difficile, e la vita stessa diventa un non saper vivere, un voler trasformare in pensiero e in dettame teorico la natura e le sue forme, un voler dar vita a forme dogmatiche e celebrali. La malattia di Ivan è la malattia di un epoca, di una generazione, che all’ombra di Dio ha cercato di costruire i sontuosi palazzi dell’utilitarismo e della ragion pratica, di istituire un tribunale del perché sul semplice momento della passione e del sentimento. Una verà incapacità di amare e di gioire in virtù di questa forma di nichilismo celebrale e pedante.

Alesa e Mitja rappresentano altri due aspetti della natura umana, rispettivamente l’angelico candore dell’anelare a Dio e la passione.

La figura di Alesa è descritta con una nitidezza incantevole. Egli rappresenta quanto di più candido e vergine possa esservi nell’animo umano. Assolutamente spontaneo e naturale nel porsi verso gli altri subisce l’influsso e il fascino della figura dello Starets Zosima. Alesa rappresenta la vita nella luce di Dio, la capacità di lasciar che le cose vadano per la loro strada acquisendo il senso che gli è proprio e che deriva da una sorta di armonia con Dio. Questa raffigurante luce che dona il senso dell’esistere e consola i sofferenti è verbo nelle parole di Zosima, figura carica di misticismo e di sagacia. Alesa non condanna mai nessuno, è sempre disponibile e dalla sua figura emana una luce d’animo che non deriva dalla sua capacità retorica come si sforza Ivan, ma dal suo proprio animo puro.

Mitja è istinto e passione, frenesia ed abbandono lontano mille miglia da qualunque morale. Nei suoi discorsi e nelle sue azioni emerge un totale trasporto  sulla scia dei suoi stati d’animo e dei suoi sentimenti. Un uomo debole e incapace di utilizzare la propria razionalità e di dare un senso reale alle cose al di fuori del suo sentire naturalistico e selvaggio. Una forte tendenza autolesionistica, che rappresenta forse la natura abbandonata a se stessa, senza Dio. Pur non essendo un assassino Mitja è uomo incapace di dare un senso alla propria esistenza al di fuori della sfera sentimentale, che lo porta però al paradosso più completo e all’abbandono della ragione.

Mitja e Ivan Fedorovic rappresentano forse la chiave di lettura più importante del romanzo e di Dostoevskji in generale: lontani da Dio non c’è salvezza e non c’è senso per l’uomo. Pur essendo l’autore un fine indagatore della natura umana più che un filosofo, a pensarci bene nei Fratelli Karamazov il grado di dannazione e di infelicità dei personaggi è misurabile in base alla loro distanza da Dio.

Fedor Pavlovic in questa gerarchia forse è ai livelli più infimi. Uomo totalmente abbandonato a se stesso nei propri vizi e nella propria debosciaggine è padre di Ivan Fedorovic e di Mitja, oltrecchè di Alesa, che da lui prendono l’incapacità di vivere e lo sfrenato abbandono al proprio sentire. Il suo assassinio, la condanna di Mitja e la malattia di Ivan Fedorovic sono consequenze quasi ovvie e necessarie insite nelle loro nature. Forse Mitja, il più recuperabile tra i tre riuscirà ad uscirne fuori anche se nel romanzo non è detto, e a passare dall’impeto cieco delle passioni e del proprio sentire alla luce di un cosmo illuminato da Dio e di cui Alesa ne è l’illuminato? Forse è  questo voler dimostrare attraverso la luce e l’agire dei protagonisti l’esistenza di Dio e la ricerca sulla natura umana alla luce di questa inquieta domanda il vero senso del romanzo.

Un’ultima considerazione infine.

Il romanzo non ha una struttura lineare ma è pieno di cassetti, ripostigli, situazioni intense e parallele a quelle della famiglia Karamazov, e a quelle vicende legate anche se non direttamente. Personaggi intensi, protagonisti e bizzarri si emergono improvvisamente e quasi silentemente, in questo affresco. E’il caso del piccolo figlio del capitano Snagirev, di Kolja, bambino precocemente affetto da una forma di pedanteria nichilista degna del buon Ivan Fedorovic, delle donne del romanzo, tutte protagoniste dirette o indirette delle vicende e spesso decisive nell’evoluzione delle situazioni, sempre in grado di muovere l’animo di Mitja o di Fedor Pavlovic a proprio piacimento.

Nessuna morale esce fuori dall’opera ma uno forma di misticismo che lo elevano quasi a libro sacro, una tensione assoluta verso Dio, sussurrata in alcune situazioni in forma quasi kierkegaardiana, senza alcuna aderenza ideologica con i dogmi sacri ma quasi riposta nei meandri dell’animo dei protagonisti che splendono di una luce di vita.




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