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17 maggio 2007

Orhan Pamuk...Oriente ed Occidente

 

Si fa un gran parlare oggi di Occidente e di Oriente, identificando spesso ed in maniera erronea due società con i loro dogmi religiosi, quasi come se essi fossero le leggi eterne ed immutabili del loro dna. Orhan Pamuk, lo scrittore insignito quest’anno con il premio Nobel per la letteratura, affronta il tema del rapporto tra le due culture praticamente in ogni sua opera. Scorrendo le pagine de “Il mio nome è Rosso”, emerge un’analisi sottile e penetrante non solo dei rapporti tra oriente ed occidente ma soprattutto sul confronto tutt’oggi in corso nell’ambito della società islamica tra tradizione  e modernità.  Nel testo di Pamuk le due correnti sono rappresentate da due maestri di Miniatura, in pratica l’arte raffigurativa islamica, spesso utilizzata per le raffigurazione del Profeta e la rappresentazione  delle Sure nel Corano, ma anche per rappresentare la vita di corte del sultano, sacralizzandone la figura. Il rapporto tra Maestro Osman, fedele ai maestri di Herat ed alla tradizione miniaturistica persiana ed ottomana poi e Zio Effendi, influenzato dai pittori europei e da quelli italiani in particolare, racchiude perfettamente questo rapporto. Il fedele, stando alla tradizione ortodossa, dipinge ciò che vede, e ciò che vede è in Allah. L’infedele europeo dipinge ciò che guarda, dando vita autonoma ad oggetti e persone del mondo ed appendendo questi ritratti sfocia nell’idolatria.

La tecnica della prospettiva che dona realtà alla raffigurazione riprendendo le cose così come esse sono nella realtà è inaccettabile, in quanto pone l’arte pittorica al servizio del mondo e delle cose e non di Allah. Altra questione fondamentale è quella dello stile e della firma che implica una riflessione sul tema dell’individualità. Per la tradizione il miniaturista non deve avere un proprio stile ne tantomeno apporre una propria firma: con ciò egli si pone nell’abbraccio di Allah e la sua opera si colloca in un servigio alla volontà di Allah. C’è quindi un’omologazione dell’individualità in una collettività che si disperde e si adagia al servizio di Allah. I pittori europei, con la loro smaniosa ricerca di grandezza e di unicità, pongono la loro arte al servizio di se stessi e per la propria grandezza. Qui c’è forse la chiave di lettura delle due società: quella occidentale, secolarizzata e in cui l’individuo è posto all’affermazione di se stesso anche nella manifestazione artistica, e la tradizione islamica ortodossa, che annulla l’individuo nel servigio ad Allah.

 La questione è complessa se si pensa che l’Islam è oggi spaccato tra modernismo e tradizione, e che se per un verso subisce l’influenza e il fascino dei bagliori accecanti dell’occidente, per un altro verso la risposta è spesso l’estremizzarsi di questa ortodossia, che si spinge sino ai margini del terrorismo.

 

Giovanni




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